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In occasione della scomparsa di Claude Lévi-Strauss –avvenuta in Borgogna giorni fa- si è parlato moltissimo, com’era del resto naturale, di lui e della sua opera, ma l’importanza di esse è tale che anche questa rubrica non può tacerne. La sua prestigiosa e multiforme opera lo ha reso un protagonista assoluto della vita intellettuale del Novecento. Va sottolineato, infatti, che la sua influenza travalica di molto l’ambito dell’antropologia contemporanea, che riconosce comunque in lui uno dei suoi padri fondatori. Egli “ha cambiato il modo di vedere l’uomo; ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo” (Bruno Gravagnuolo, “L’Unità”, 4 novembre).
Prossimamente, quando avremo la possibilità di opportuni approfondimenti dei diversi aspetti di un’opera complessa, densa di acquisizioni critiche e di stimoli recepiti da antropologi, filosofi, sociologi, storici della cultura, linguisti, storici dell’arte, poeti, artisti, musicisti e così via, potremo analizzare concretamente quanto e come sia stata feconda la sua opera. La letteratura scientifica ha posto in risalto in numerossissimi scritti tale fecondità di influenza; essa “è ricaduta come una pioggia benefica su tutti questi campi dando loro nuova linfa. In questo senso l’autore di Tristi tropici si può considerare il Copernico delle scienze umane” (Marino Niola, “La Repubblica” 4 novembre).
Ventiseienne, giunge in Brasile su incarico di una commissione impegnata a organizzare l’Università di São Paulo, dove terrà una cattedra di Sociologia. Parlerà di questa sua esperienza nel celebre Tristi Tropici e si domanda cosa faccia lì, nota che se l’Occidente ha prodotto l’etnografia è segno che un cocente rimorso l’affliggeva, concludendo, perciò, che l’etnografia è simbolo di espiazione.
Ispirandosi a questo Lévi-Strauss, Ernesto De Martino, che pur diffidava, a mio avviso eccessivamente, dello studioso francese, parlava dello scandalo dell’incontro etnografico, sottolineando la necessità per l’antropologia di subire l’oltraggio del culturalmente alieno e proponendo così l’assunzione paritetica dei protagonisti di altre culture, di altre etnie nella loro costitutiva alterità, che non intacca comunque la comune umanità.
Rivoluzione di tipo copernicano in una pratica scientifica troppo spesso presa dall’ansia della gerarchizzazione delle culture, dei popoli che le elaborano, dei saperi che le indagano.
Wiktor Stoczkowski, in un numero monografico di “Sciences Humaines” dedicato a Lévi-Strauss in occasione del suo centenario, ha rilevato come egli “ha sempre considerato che le grandi dottrine filosofiche e religiose della tradizione occidentale non hanno fatto uno sforzo sufficiente per pensare la diversità delle culture umane. [...] Uno dei compiti che C. Lévi-Strauss conferisce all’antropologia è quella di spiegare la differenza culturale e di aiutarci a vedere altre cose che una rivoltante mostruosità o un insopportabile scandalo.
Sebbene la riflessione su questo insigne problema appaia in filigrana in tutte le opere di C. Lévi-Strauss, essa trova la sua espressione più esplicita e più marcata in due sue pubblicazioni destinate al grande pubblico, che affrontano questo tema nel suo rapporto con la questione del razzismo”. Il riferimento è a Razza e storia (1952) e a Razza e cultura (1971). Stoczkowski nota che “nati da un dialogo con la dottrina dell’UNESCO. I due testi conobbero ricezioni fortemente contrastanti: mentre il primo ebbe un’accoglienza molto favorevole e finì per diventare un classico della letteratura antirazzista, il secondo divenne il bersaglio di aspre critiche che gli rimproveravano una prossimità imperdonabile con le posizioni neorazziste dell’estrema destra”. In Razza e storia, “la soluzione proposta da C. Lévi-Strauss consiste nel mostrare che la capacità a compiere dei progressi culturali non appartiene alla superiorità di questa o di quella società comparata alle altre, ma piuttosto all’attitudine di ciascuna a stabilire degli scambi con le altre. Per C. Lévi-Strauss, la vera civilizzazione implica la coesistenza di culture che mostrano fra di loro il massimo della diversità”.
Nel 1971, invitato dall’UNESCO a pronunciare la conferenza inaugurale dell’anno internazionale della lotta contro il razzismo, Lévi-Strauss sostiene che “La diffusione del sapere e lo sviluppo della comunicazione tra gli uomini riusciranno un giorno a farli vivere in buona armonia nell’accettazione e nel rispetto delle loro diversità”. Nel 2005 la prospettiva dell’UNESCO appare ribaltata rispetto alla concezione iniziale: “l’unificazione porta ormai il nome lugubre ‘mondializzazione’ e si vede in essa una minaccia contro la diversità percepita non più come un ostacolo al progresso, ma come un patrimonio prezioso da preservare” (Stoczkowski). Alto esempio di come lo sguardo critico superi di molto le posizioni ideologiche via via assunte secondo la temperie del momento, fornendo così un reale contributo politico.
Lo stesso Lévi-Strauss in un’intervista rilasciata a “l’Unità” nel 2005, cinquantenario dell’apparizione di Tristi tropoci e che rappresenta una delle sue ultime rare interviste, ricorda come prima della partenza per il Brasile si fosse impegnato in politica: “Militavo nel Partito socialista. Collaboravo con il giovane e brillante parlamentare Georges Monnet per il quale scrissi non poche proposte di leggi”. Il fatto che spesso lo abbiano definito un conservatore lasciava, però, Lévi-Strausss del tutto indifferente; egli affermava con sereno distacco: “Il mondo è troppo complesso e un ricercatore non può prendere posizione su tutto ciò che avviene”.
Nei volumi di Mitologica -l’opera nella quale, com’è noto, i miti vengono analizzati con quel metodo strutturale da lui mututo dalla linguistica e applicato sistematicamente all’analisi antopologica- lo studioso fissa i tratti essenziali dei miti, i loro elementi costitutivi per procedere così a una sorta di loro protocollo, rilevando anche come essi nella loro specifica concretazione siano atti a rivelare la storia e le loro peculiarità. Possono essere poste così in risalto sia le invarianti che le specificità delle diverse culture.
In una pagina di tale opera Lévi Strauss parla con indignazione civile e con lo sguardo prospettico del grande studioso dell’irresponsabilità dell’uomo e della sua attività predatoria che rende l’ambiente, la natura, il paesaggio sempre più devastati dalla ottusa volontà di dominio mostrata dal nostro genere.
Modernità di un pensatore che, raggiunti i cento anni, ha saputo intercettare i fermenti significativi della società contemporanea con spirito acuto e innovatore.
Quello stesso spirito acuto e innovatore che porta nella decodifica dei miti, come nell’analisi delle maschere e di altre forme dell’arte africana (La via delle Maschere, 1985; La vasaia gelosa, 1987), di numerosi rituali persistenti nella società francese del suo tempo (Babbo natale giustiziato, 2002) e di tante e tante altre tematiche che hanno ricevuto lo sguardo intelligente di questo grande intellettuale che è stato Claude Lévi-Strauss, alla cui memoria si è reso doverosamente omaggio.
Luigi M. Lombardi Satriani
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