Codice Deontologico

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Documento preparato dal Gruppo di Lavoro sulla Deontologia Professionale del Consiglio Direttivo dell’A.I.S.E.A. costituito da Armando Catemario (Coordinatore), Antonino Colajanni, Paola Falteri, Luciana Mariotti, Adriano Santiemma.

Roma, 24 Novembre 2000.

Preambolo

Le discipline D.E.A., nell'ambito delle loro numerose varietà di orientamenti teorici e metodologici e dei differenti interessi specifici, rivolti a certi oggetti di studio o a certe regioni geografiche del mondo, hanno manifestato nel loro recente cammino alcune concordanze di fondo su due punti fondamentali:

a) l'interesse per le differenze e le somiglianze tra le forme collettive di vita, nel corso dei processi storici del passato e del presente, all'interno dell'unitarietà della condizione umana;

b) l'attenzione rivolta allo studio dei processi di generazione, diffusione e cambiamento dei complessi collettivi di conoscenze, valori e schemi di azione, nonché dei patrimoni materiali e immateriali.

Questo insieme di discipline ha anche affermato la natura storico-etnica, collettiva, creativa, trasmissibile dei fenomeni socio-culturali, che tuttavia non considera privi di relazione con il processo di evoluzione biologica della specie umana; ha sostenuto la necessità della comparazione e della contestualizzazione; ha sottolineato l'opportunità della formulazione di prudenti generalizzazioni, sia sulla nascita e lo sviluppo della differenziazione sociale e culturale nella storia dell'uomo, sia sulle dinamiche che hanno accompagnato il configurarsi delle attuali società e culture complesse. Nella loro storia queste discipline hanno spesso cercato di formulare princìpi comuni di ricerca, elementi di consenso su aspetti generali e su certe regole di condotta nel lavoro quotidiano. Particolarmente significativo per la storia di questi studi nel nostro Paese, può essere considerato il noto Memorandum per l'Antropologia Culturale, sottoscritto nel 1958 da un gruppo di studiosi italiani attorno a una definizione dell'ambito d'indagine, delle linee teorico-metodologiche di fondo e dell'uso sociale della ricerca.
Le discipline D.E.A. hanno elaborato, e continuamente rielaborano, concezioni della propria identità specifica nell'ambito delle scienze sociali e storiche. Esse si pongono il problema della responsabilità scientifica e sociale nei riguardi del mondo circostante e sentono come urgente la necessità di stabilire, attraverso l'accordo tra tutti i cultori di questi studi e ricerche, un minimo di norme e princìpi generali che servano di orientamento, nei rapporti sia esterni sia interni, per i membri dei gruppi che si identificano con le dette discipline. In tal senso esse ritengono opportuno che i rapporti con i soggetti studiati e l'eventuale utilizzazione delle ricerche nell'ambito di azioni pratiche, nonché le attività di produzione della conoscenza e la sua trasmissione e comunicazione all'esterno, vengano portati a compimento nell'ambito di un insieme di regole comportamentali, pensate e proposte a garanzia dei diritti delle persone e cose oggetto di indagine, degli stessi specialisti di queste materie, come pure del pubblico in senso ampio, nonché della qualità ed efficacia del lavoro svolto. Tali regole e princìpi, frutto dell'esperienza scientifica e professionale degli antropologi, nel nostro come in altri paesi, vengono però concepiti più come regole e princìpi di orientamento e di formazione generale che non come articoli di un codice giuridico in senso stretto.

Principi generali

Le norme specifiche di questo Codice riguardano i compiti e le responsabilità scientifiche, i rapporti con i gruppi sociali studiati e con gli informatori, con i committenti e i finanziatori, con i colleghi, con gli studenti, con il grande pubblico e i mezzi di comunicazione di massa. Si ritengono tuttavia importanti i seguenti princìpi di carattere generale, che riguardano le condizioni socio-culturali di produzione della conoscenza e i suoi processi di comunicazione e circolazione:

1. Il rispetto per le culture diverse dalla propria deve essere principio fondamentale di orientamento della ricerca antropologica, soprattutto come principio di orientamento conoscitivo, secondo il quale la considerazione per una cultura che non si condivide deve prevalere sulle proprie posizioni e convinzioni personali. Il riferimento dell'antropologo ad orientamenti di valore, tra i quali lo stesso rispetto per le culture si annovera, contribuisce ad alimentare il processo conoscitivo, poiché può fornire stimoli alla ricerca e quadri di riferimento della stessa, come si argomenta successivamente nel Titolo I. L'assunzione di responsabilità operative - anche dirette - nel campo dell'azione sociale, rientra tra i possibili impegni degli studiosi, purché si accompagni alla produzione di conoscenze sul mondo sociale, che rispettino le regole di cui al Titolo I di questo Codice.

2. Il rispetto per i patrimoni collettivi di idee e valori deve però accompagnarsi al rispetto per le persone (e anche per la natura, per gli animali e per i beni). Il contrasto tra le due esigenze parallele, quella del rispetto per le culture e quella del rispetto per le persone, può apparire frequentemente nel lavoro antropologico; è compito degli antropologi considerare questa contraddizione come un problema cruciale sul quale esercitare la riflessione e l'analisi.

3. Il lavoro di ricerca e le attività pratiche ad esso connesse devono essere condotti in modo da non procurare danni morali o materiali ad alcun soggetto sociale coinvolto, in particolare se si tratta delle popolazioni o dei gruppi umani oggetto di studio; la stessa attenzione va prestata al momento della comunicazione e della diffusione dell'informazione.

4. Una documentazione rigorosa alla base dei propri studi, la coerenza delle argomentazioni scelte, la profondità e l'impegno conoscitivo nella produzione dei propri lavori - non come verità e certezze invalicabili, ma come proposte ragionevoli di discussione offerte al dibattito critico - devono essere condizioni ineliminabili nell'attività di ricerca nelle discipline D.E.A. D'altra parte, il diritto di critica deve accompagnarsi al rispetto per l'opera dei colleghi.

5. Deve essere rispettato e tutelato il diritto alla riservatezza di tutte le persone implicate - a qualunque titolo - nella ricerca, poiché tale diritto costituisce un limite insito nell'attività scientifica.

Titolo I - Compiti e responsabilità scientifiche

Art. 1

Incombe sull'antropologo come professionista l'obbligo di usare schemi di riferimento teorico chiari e coerenti, procedure e tecniche scientificamente rigorose e verificabili. Questi strumenti risultano indispensabili per acquisire conoscenze elaborate su dati empirici intorno al modo di pensare, di sentire e di agire dei membri di una qualsiasi collettività umana ed eventualmente per applicare queste conoscenze a problemi sociali concreti. è opportuno inoltre produrre conoscenze adeguate e/o proporre soluzioni ai problemi sociali che tengano in conto anche il corrispondente lavoro di colleghi di altre discipline e professioni.

Art. 2
E' fatto obbligo dello scrupolo nella raccolta dei dati a livello empirico, con la piena consapevolezza del loro carattere spesso incontrollabile, in relazione soprattutto a tecniche particolari come l'"osservazione partecipante" o l'"intervista intensiva", che lasciano spazio alla soggettività dell'interpretazione. è perciò che in tale prospettiva acquista la più grande importanza lo stile della ricerca in termini di cautela, onestà intellettuale e apertura teorica.

Art. 3

L'antropologo si impegna ad una formazione permanente, fatta di continui aggiornamenti attraverso gli strumenti della circolazione internazionale delle conoscenze.

Art. 4

Una cautela particolare si impone nell'opera di diffusione di teorie e generalizzazioni, in particolare per il tramite dei mezzi di comunicazione di massa, poiché in tal modo si può favorire una assunzione eccessivamente semplificata della loro complessità e l'acquisizione dogmatica di false certezze, o infine far passare una egemonia di scuola per acquisizione scientifica incontrastata.

Art. 5

All'antropologo è riconosciuta la piena autonomia del proprio lavoro, sia a livello teorico (scelta dei metodi, dei punti di vista, ecc.) sia a livello pratico (indipendenza delle proprie condizioni di ricerca), ed è attribuita conseguentemente la piena responsabilità del proprio operato. Tutti gli studiosi delle discipline antropologiche, inoltre, hanno il diritto di esprimere, comunicare e difendere i loro studi e le loro ricerche attraverso il libero accesso ai mezzi di comunicazione professionale (riviste, case editrici, convegni e seminari), senza alcuna discriminazione di sorta.

Art. 6

L'antropologo limiterà il più possibile alle proprie competenze specifiche il responso pubblico sui vari problemi socio-culturali sui quali può essere interpellato o, una volta che gli sia richiesto un giudizio professionale su una data realtà nella quale non è sufficientemente competente, dovrà esplicitare il più chiaramente possibile il livello e i limiti delle conoscenze, sue e/o dell'intera professione, in relazione a quella realtà.

Art. 7

L'antropologo dovrà avere piena coscienza del carattere non scientifico, e quindi non cogente, dei propri orientamenti di valore nella ricerca e, allo stesso tempo, della loro inevitabilità nella concreta scelta e realizzazione del proprio lavoro di indagine, sia di ricerca teorica e fondamentale, sia di ricerca applicativa. è precipuo dovere professionale dell'antropologo dichiarare in partenza quali siano i suoi orientamenti e quale nesso essi abbiano con le ipotesi e le verifiche che intende costruire e porre in atto.

Art. 8

Egli assicurerà la possibilità di accesso ai dati e ai risultati del proprio lavoro a chi ne faccia motivata richiesta e ne garantirà la conservazione per eventuali usi conoscitivi futuri, tenendo nel debito conto i diritti di persone ed enti riconosciuti come degni di protezione dal nostro ordinamento giuridico e da questo Codice professionale in particolare.

Art. 9

Al livello di impostazione teorica generale un orientamento relativistico appare al momento attuale conseguenza della stessa prospettiva antropologica, che fonda infatti la sua ragion d'essere sull'esistenza di una pluralità di contesti culturali. Si ritiene pertanto condivisibile il principio che la conoscenza di sé e degli "altri" è posta in essere a partire da un "punto di vista" esplicito, da una posizione storica e intellettuale determinata, riferita a processi in atto ed a scelte collettive. Su tale conoscenza, però, va esercitato un forte impegno critico che porti alla autoconsapevolezza piena degli orientamenti e degli impianti conoscitivi posseduti, al loro sicuro padroneggiamento, nonché alla loro possibile modificazione e al loro eventuale progressivo superamento.

Titolo II - Rapporti con i gruppi studiati e con gli informatori

Art. 10

L'obbligazione primaria dell'antropologo è assunta nei confronti dei gruppi umani studiati, sia come insiemi di individui singoli sia come entità collettive. Il rispetto per gli interessi, le convinzioni, le suscettibilità e le aspettative dei gruppi studiati deve costituire un obbligo centrale durante tutto il periodo della ricerca, nel processo di pubblicazione dei risultati e anche dopo che questo si sia concluso. La sicurezza, la dignità e la riservatezza dei soggetti studiati devono essere in ogni caso tutelate.

Art. 11

Il ricercatore deve essere in grado di prevedere in anticipo gli effetti - sulla popolazione oggetto di studio e sul pubblico più in generale del luogo ove si svolge la ricerca, come anche su quello delle istituzioni di studio e di ricerca vicine e lontane - che i risultati del suo lavoro potranno determinare in termini di giudizi, commenti e azioni di terzi. Per tale ragione egli curerà con molta attenzione, nei suoi scritti scientifici derivati dalla ricerca, l'attribuzione esplicita a se stesso, e alla tradizione di studi antropologici della quale fa parte, di ogni interpretazione, spiegazione e commento che farà scaturire dai fatti sociali osservati e raccolti (opinioni di attori sociali, descrizione di eventi, ecc.). Questa assunzione esplicita di responsabilità esterna, che salvi da responsabilità la società studiata e i suoi attori principali venuti a contatto con il ricercatore, costituisce un obbligo da osservare costantemente.

Art. 12

Il ricercatore dovrà assumere come propri e rispettare accuratamente i codici locali di legge, costume e morale della società studiata e del paese in cui essa risiede, come base necessaria per instaurare i rapporti di fiducia e di collaborazione che devono essere alla base di una ricerca antropologica sul campo. Nel caso in cui il ricercatore intenda dissociarsi da norme o costumi locali, per propria convinzione profonda o nell'intento di far prevalere il rispetto di regole universali unanimemente concordate dai paesi della comunità internazionale - come, per esempio, nel caso del rispetto dei diritti umani - egli dovrà assumersi esplicitamente la responsabilità personale nei confronti della società locale, distinguendo tale responsabilità da quella della disciplina che rappresenta.

Art. 13

La riservatezza nei confronti delle informazioni ricevute e delle fonti specifiche delle stesse, come anche dei nomi e degli interessi concreti di persone o gruppi coinvolti in esse evidenti, dovrà essere assicurata in ogni caso. La consultazione con - e l'autorizzazione previa ottenuta da - gruppi e individui investigati (nonché l'eventuale anonimato) saranno indispensabili per tutto il corso della ricerca.

Art. 14

Considerato che le ricerche antropologiche sono frequentemente svolte in collaborazione stretta e continuata con un numero limitato di "informatori" (gli informatori-chiave), è fatto obbligo ai ricercatori di riconoscere esplicitamente nelle loro pubblicazioni l'apporto fondamentale ricevuto da questi collaboratori, fino alla attribuzione - nei casi opportuni - della qualifica di co-autori, e di indicare con chiarezza la natura e le condizioni della collaborazione (onerosa o gratuita).

Art. 15
è fatto obbligo ai ricercatori di riconoscere alle loro fonti di informazione i diritti economici che possano scaturire dalla pubblicazione - in co-autorìa - dei risultati delle ricerche (diritti d'autore) e anche dallo sfruttamento commerciale delle informazioni raccolte (uso di piante medicinali, diffusione di oggetti di artigianato, ecc.).

Titolo III - Rapporti con i committenti ed i finanziatori

Art. 16

Per quanto riguarda i finanziamenti alla ricerca demo-etno-antropologica provenienti da Enti ufficiali di finanziamento della ricerca scientifica (C.N.R., M.P.I., Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica, Università, Commissione Europea, ecc.), si fa obbligo ai ricercatori di rendere visibile e dichiarare apertamente la fonte del finanziamento, il suo ammontare, i contenuti della ricerca, sia nel corso della stessa che in maniera esplicita e formale nelle pubblicazioni che potranno scaturirne, curando con particolare attenzione il rispetto dei tempi previsti e l'elaborazione di solleciti rapporti di ricerca per l'Ente finanziatore.

Art. 17

Per quanto riguarda i finanziamenti ottenuti da Enti diversi da quelli di cui all'articolo precedente (Regioni, Province, Enti locali, Istituzioni private, Ministeri o Entità pubbliche di intervento pratico sulla realtà sociale, Organizzazioni Internazionali), i ricercatori dovranno mostrare di conoscere chiaramente - e tenerle nel debito conto - le finalità istituzionali (generali e specifiche) di ciascun ente finanziatore, la natura e i caratteri delle richieste esplicite e delle aspettative delle suddette istituzioni, gli spazi di libertà e di autonomia previsti dalle medesime per il ricercatore. Anche in questo caso, l'ammontare dei contributi e la compatibilità dei prodotti richiesti (Rapporti, Relazioni, Studi, Progetti, ecc.) con gli standard di qualità della produzione di conoscenza indicati nei Titoli I e II, dovranno essere dimostrati alla comunità scientifica.

Art. 18

Le attività di collaborazione indicate nell'articolo 17, esterne e collaterali al processo di produzione della conoscenza, e finanziate da Enti pubblici e privati, possono essere classificate come segue: a) contributi alla formazione di funzionari e tecnici di vari settori su problemi e su metodi delle discipline antropologiche; b) prestazione di conoscenze specialistiche - già conseguite in precedenti ricerche - per rispondere alle richieste di Enti pubblici o privati per la gestione e soluzione di problemi sociali; c) conduzione di ricerche ad hoc con produzione di nuova conoscenza sistematica pertinente rispetto alle finalità applicative della istituzione committente, all'interno e nel contesto di piani, progetti, iniziative di azione pratica dei menzionati Enti.

Art. 19

Per quanto riguarda gli eventuali sostegni economici a proprie iniziative di studio e di divulgazione (pubblicità, sponsorizzazioni), l'antropologo dovrà sottoporre ad attento scrutinio e rifiutare quei condizionamenti che non siano compatibili con i fini istituzionali delle discipline D.E.A. e siano in rapporto con interessi economici in contrasto con il principio della uguaglianza, del rispetto e della pacifica convivenza tra popoli e culture diverse.

Titolo IV - Rapporti con i colleghi

Art. 20

L'antropologo deve adoperarsi nelle forme più adeguate affinché nella comunità professionale venga promosso il dibattito scientifico, vengano costruite occasioni di confronto tra i vari orientamenti teorici e di ricerca e vengano garantiti canali di circolazione e di scambio con altre discipline.

Art. 21

Le relazioni con i colleghi ricercatori e docenti, di qualunque grado ed esperienza professionale, così come quelle con il personale scientifico dei Musei, degli Enti Locali e delle Istituzioni di Ricerca operanti nel campo antropologico, dovranno essere improntate allo spirito collaborativo, al rispetto reciproco, evitando, in particolare nella collaborazione tra figure professionali con diversa collocazione lavorativa, atteggiamenti o comportamenti che tendano alla prevaricazione o all'affermazione di improprie asimmetrie di prestigio, potere o responsabilità. Tali regole devono valere sia nei confronti della persona del collega sia nei confronti della sua attività professionale

Art. 22

Per quanto riguarda i rapporti con i colleghi di altre discipline, anch'essi saranno caratterizzati da rispetto, cortesia e spirito collaborativo, senza riferimenti a supposte gerarchie disciplinari o a competenze esclusive che sottovalutino i possibili apporti di diverse impostazioni e punti di vista esterni alle discipline D.E.A.

Art. 23

Le valutazioni e i giudizi sulle attività di ricerca e sulle pubblicazioni di colleghi delle discipline D.E.A., espresse nelle sedi di dibattito scientifico e nelle occasioni formali ad essi specificamente deputate (recensioni e commenti ai lavori altrui, concorsi universitari di qualunque ordine e grado, premi o altre competizioni pubbliche), dovranno essere formulate in modo rispettoso per le persone e per gli orientamenti da essi sostenuti, e comunque sereno, argomentato e fondato su prove documentarie. I giudizi e le valutazioni dovranno infatti essere improntati esclusivamente al desiderio di arricchire la conoscenza dei problemi antropologici, di chiarire i dubbi e le incertezze esistenti e di apportare nuove e più adeguate soluzioni alle domande esistenti nel campo della ricerca o nuovi materiali di discussione.

Art. 24

Gli antropologi debbono anche astenersi dal dare pubblicamente - al di fuori delle occasioni richiamate nell'articolo precedente - giudizi negativi sulla formazione, sulla competenza e sui risultati conseguiti negli interventi professionali dai colleghi, che siano lesivi del loro decoro personale e della loro reputazione professionale. Costituisce aggravante il fatto che tali giudizi siano collegabili all'intento di superare i colleghi in competizioni accademiche, o di ottenere finanziamenti per ricerche e iniziative personali o infine di acquisire consulenze o incarichi presso Enti esterni all'Università.

Art. 25

Gli antropologi hanno l'obbligo di contestare pubblicamente, in forme serene e rispettose, le dichiarazioni ingannevoli e scorrette di colleghi sulle ricerche altrui o su fatti personali connessi con l'attività professionale. Qualora essi ravvisino casi di scorretta condotta professionale di colleghi, che possano tradursi in danno per il decoro e l'immagine della professione o per gli utenti dell'attività professionale dei cultori delle discipline D.E.A., sono tenuti a darne pubblicità.

Art. 26

I cultori delle discipline D.E.A. che assumono ai vari livelli e nei diversi contesti responsabilità, funzioni decisionali e di coordinamento di attività professionali, dovranno improntare i rapporti con i collaboratori, istituzionali e non (ricercatori, assistenti, collaboratori occasionali con o senza contratto, cultori della materia, dottori di ricerca) alle seguenti regole:

a. Rispetto e garanzia dell'autonomia nello sviluppo della formazione individuale e delle scelte personali di ricerca.

b. Divieto di sfruttamento o utilizzazione per fini personali, o non previsti istituzionalmente, dei lavori e delle prestazioni di servizio.
c. Esercizio costante di responsabile supervisione sulle operazioni delegate di carattere didattico.

A maggior ragione queste regole saranno applicate ai soggetti in training professionale (dottorandi, borsisti, assegnisti, ecc.) rispetto ai quali l'eventuale rapporto di collaborazione deve rimanere strettamente finalizzato al processo formativo.

Titolo V - Rapporti con gli studenti

Art. 27

Sia nelle sedi che hanno istituzionalmente carattere didattico (Università, Scuola, Musei), che più in generale nei contesti nei quali è chiamato a compiti formativi, l'antropologo deve porre ogni attenzione all'osservanza delle norme che presiedono a un corretto rapporto tra insegnanti ed allievi; inoltre, dai saperi e dalle competenze costituite dalle discipline demo-etno-antropologiche discende l'obbligo di considerare con particolare attenzione il processo di comunicazione formativa con i destinatari delle attività didattiche.

Art. 28

L'antropologo non deve operare, nei confronti di studenti e allievi, alcuna discriminazione sulla base del sesso e dell'orientamento sessuale, della classe sociale, dell'età, dello stato civile, dell'appartenenza etnica, della nazionalità, della religione, delle convinzioni politiche, della disabilità o di altri elementi che non sono rilevanti al fine del corretto esercizio della funzione docente e formativa.

Art. 29

L'antropologo deve mettere a disposizione di studenti e allievi l'intero patrimonio professionale di cui dispone e consentire ad essi il pieno accesso alla documentazione scientifica in suo possesso; ed evitare forme improprie e semplificative di trasmissione delle conoscenze.

Art. 30

Egli deve informare scrupolosamente sulla pluralità delle teorie e metodologie esistenti, e sui diversi punti di vista - anche distanti dal proprio - in modo da favorire la consapevole acquisizione, da parte degli studenti, della complessità e problematicità dei risultati del lavoro antropologico.

Art. 31

Egli deve inoltre valorizzare la partecipazione attiva e critica degli studenti ed essere sensibile ai loro specifici interessi. Deve poi favorire i supporti alla formazione ulteriore e alla ricerca, in modo anche da rendere possibile una collocazione professionale - alla fine degli studi - nel mondo del lavoro.

Art. 32

Le modalità d'uso o di impiego di informazioni orali o di elaborazioni scritte, prodotte dagli studenti a seguito di compiti di ricerca a loro affidati, devono prevedere sempre la nominalità della fonte scritta od orale, nel generale rispetto del diritto alla privacy, oltre che la tutela dei diritti personali d'autore degli studenti.

Titolo VI - Rapporti con il pubblico e con i mezzi di comunicazione di massa

Art. 33

Nel diffondere il sapere disciplinare ed i risultati della ricerca al di fuori della comunità scientifica, l'antropologo deve evitare modalità impropriamente semplificate di divulgazione, adoperandosi affinché le informazioni siano comprensibili, ma non avulse dalla complessità dei loro contesti storico-culturali. Particolare attenzione porrà nell'evitare forme espositive e argomentative che possano alimentare stereotipi e pregiudizi, privilegiando al contrario pratiche discorsive utili alla problematizzazione e - dove possibile - alla ricostruzione storica della formazione del proprio sapere.

Art. 34

Laddove gli interventi intrapresi abbiano funzione educativa e didattica, l'antropologo deve adoperarsi per facilitare nel pubblico l'apprendimento e la partecipazione, ricorrendo eventualmente - nella messa a punto dei materiali o dei percorsi didattici - alla collaborazione scientifica di esperti in pedagogia e in scienze della comunicazione.

Art. 35

Nei casi in cui la divulgazione della conoscenza antropologica venga effettuata da non specialisti, attraverso i mezzi di comunicazione di massa (stampa, radio, televisione, ecc.), l'antropologo vigilerà sulla correttezza dell'informazione e sulla fondatezza e documentazione delle posizioni da altri sostenute, ricorrendo al diritto di critica quando sia necessario, allo scopo di difendere l'immagine della disciplina e il riconoscimento pubblico dei risultati effettivi della ricerca.

Art. 36

Nei casi in cui sia egli stesso ad effettuare forme di divulgazione attraverso i mezzi di comunicazione di massa (talk-show, interviste, pareri, expertise, articoli di divulgazione sulla stampa, ecc.), l'antropologo dovrà vigilare sulla corretta trasmissione dei suoi apporti conoscitivi e non dovrà accettare semplificazioni, riduzioni o esagerazioni di eventuali aspetti eclatanti ed esotistici del proprio sapere. In tali occasioni l'antropologo dovrebbe responsabilmente astenersi dal trattare argomenti che non siano di sua competenza specifica e indicare eventuali colleghi che posseggano la competenza necessaria. In ogni caso negli interventi si dovrebbe anche mostrare una certa capacità di comunicare al grande pubblico e un'adeguata conoscenza dei codici della comunicazione giornalistica, in modo da rappresentare al meglio l'immagine delle discipline D.E.A.
Nei suoi interventi di divulgazione attraverso i mezzi di massa, l'antropologo dovrà aver cura di distinguere e rendere facilmente distinguibili gli apporti individuali di studiosi o gruppi di studio particolari dagli apporti più generali, accreditati da unanime consenso, delle discipline antropologiche. Dovrà inoltre favorire, nelle sedi di divulgazione scientifica, la libera critica contro le posizioni di parte e i punti di vista restrittivi e non corredati da documentazione pertinente.

Art. 37

Dovrà essere sostenuto e promosso, nel corso delle attività scientifiche e professionali degli antropologi, il ruolo formativo e partecipativo dei musei antropologici. Dovrà essere favorito e sollecitato l'accesso del pubblico nei musei, vigilando al tempo stesso sulla piena disponibilità della documentazione scientifica in essi custodita. Dovrà essere altresì caldeggiata l'utilizzazione di personale professionalmente competente ed esperto di didattica museale per l'apprendimento da parte del pubblico, evitando forme di divulgazione semplificata ed impropria.

Art. 38

Per quanto riguarda la diffusione e l'impiego di beni culturali demo-etno-antropologici materiali e immateriali, appartenenti a musei, in trasmissioni televisive e/o in pubblicazioni a mezzo stampa, l'antropologo impegnato all'interno delle istituzioni museali statali e locali ha il dovere di assicurare che il loro uso sia effettuato secondo i canoni propri delle discipline antropologiche. L'antropologo che intenda utilizzare i suddetti materiali a fini di studio dovrà citare le fonti originarie e il nome dei colleghi che, eventualmente, hanno reso possibile la fruizione dei suddetti beni culturali.


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